MINACCE E OPPORTUNITA’ PER I FONDI COMUNI ITALIANI
Continua a scendere la raccolta dei fondi comuni di investimento italiani. Anche il Financial Times nota il dato, che avevo commentato lo scorso mese, dei 36,7 miliardi di euro usciti dal sistema Assogestioni nel primo trimestre dell’anno.
L’associazione di categoria tra l’altro ha fatto pervenire nuovi dati che segnano, per aprile, una continuazione in territorio negativo, con 8,4 miliardi di uscite, il che porta il saldo negativo da inizio anno a oltre 45 miliardi di euro.
Dove vanno tutti questi soldi ritirati dal sistema dei fondi comuni di investimento? Come mai il risparmiatore italiano non si affida più a questi strumenti se è vero che la quota di risparmio detenuta in questi strumenti è scesa dall’80% nel 2000 al 64% nel 2006? Provano a dare alcune risposte i manager, tra cui quell’Alberto Foà che con la sua Anima è responsabile di una parte importante dei miei risparmi previdenziali (mi raccomando…).
Ci sono questioni fiscali - una tassazione sfavorevole - e di benchmark; la presentazione dei risultati, il sistema delle quotazioni in continuo, ovvero una questione di comunicazione, tendono a scoraggiare i risparmiatori, che vedono le quote muoversi e tendono ad uscire in negativo, come è successo a marzo con 10,4 miliardi di riscatti proprio mentre il mercato azionario recuperava. Preferiscono infatti quegli strumenti come le obbligazioni strutturate che presentano cedole e rendimenti certi a scadenza; questi bond rappresentavano il 12% del risparmio degli Italiani nel 2000, diventati 23% nel 2006. Sono soluzioni di investimento veicolate dal canale bancario, lo stesso che ha in mano buona parte dei fondi comuni.
Le minacce settoriali sono quindi tre: la tassazione, il sistema di reporting e la pesante intermediazione bancaria. Una volta che questi lacci siano sciolti, dice un importante manager, il sistema dei fondi italiani dovrà essere in grado di comunicare e promuovere, con un buon marketing, i propri attributi di prodotto ai clienti.
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