GLI SCHEMI SEMPLICI DELLA COMUNICAZIONE POLITICO-FINANZIARIA 1

Ci sono strutture semiologiche e semiotiche molto radicali e radicate, che attingono a significati pre-razionali, tipiche della lotta politica capitalistica condotta attraverso i giornali.

A volte si presentano in forme semplici anche se frutto di una lunga mediazione culturale e storica: il verbo “attaccare” è tipicamente usato in modo strillato nei titoli ed è ricco di implicazioni sociologiche. Chi attacca è generalmente svantaggiato nella lotta per la distribuzione delle risorse socioculturali ed è quindi inquadrato in un mirino che riporta le seguenti associazioni (framing): disordine, inquietudine, disagio, disforia, cattiveria; dal punto di vista, ovviamente, di chi è in posizione avvantaggiata e ha tutto l’interesse a dipingere la rottura dello status quo in termini allarmanti. Tuttavia non viene mai riproposto direttamente questo strato profondo e primitivo ma si utilizzano termini e implicazioni semantiche intermedie come “irritualità”, cioè rottura della struttura di potere; in codice, è il segnale di allarme della tribù-fazione del capitalismo che si sente minacciata nei suoi interessi politico-culturali e chiama a raccolta le risorse nel lettorato .
Poi ci sono strutture molto semplici in termini di isotopie. Nello stesso luogo si associano significati che si rimandano attraverso i titoli e le immagini. Oggi su Repubblica ritrovo un vecchio topos, molto efficacie e antagonistico: il campione nazionale e la “rogue” company. Il primo è naturalmente Telecom, naturalmente perchè è uno dei maggiori inserzionisti del quotidiano romano, ma anche perchè l’uscita di Tronchetti Provera e l’arrivo di Bernabè ha segnato nuove assonanze politico-finanziarie con il quadro politico dominante di cui Repubblica è l’espressione. Tanto che Sara Bennewitz non perde tempo fin dall’incipit dell’articolo

I nuovi vertici di Telecom Italia riconquistano la fiducia del mercato

e subito a seguire, tanto per non sbagliarsi, la precisazione che è proprio Bernabè ad aver fatto salire il titolo e ad aver “guadagnato credibilità nei confronti della comunità finanziaria” (una catch phrase che rappresenterebbe, per un’agenzia di PR, il risultato del lavoro di mesi di persuasione, cene, inviti e incontri con i giornalisti). Più modesta la narrazione della riduzione di fatturato (-2,4%), MOL (-6,7%) ed EBIT (-35,4%), che è spiegata in modo molto conciliante e contestualizzato all’interno dell’articolo. Già nel 1994 il gruppo l’Espresso e il suo allora direttore Claudio Rinaldi si erano lanciati in un servizio molto lusinghiero, forse troppo a dire il vero, una dichiarazione d’amore per la dirigenza Bernabè all’ENI; in un momento in cui forse già si delineavano le scelte dei grandi gruppi in favore dell’Ulivo e della guida prodiana (Prodi sarà investito di questa carica nel giro di due giorni dopo una riunione riservata tra grandi imprenditori nel febbraio 1995). Lasciamo l’inappuntabile Bernabè, prodiano ma in buoni rapporti con Berlusconi, come bisogna, e andiamo al volto brutto e cattivo del capitalismo, un’impresa per i cui risultati negativi non è necessario spendere troppe spiegazioni o andare troppo per il sottile: l’Hopa di Gnutti.

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