che capitalismo comunicare?

Ieri, durante il primo maggio, ho fatto una bella gita lungo gli argini del Po, e poi tra Modena e Brescia, nel cuore di quella ricca Pianura Padana che, in qualche modo, era presente anche in radio.

Infatti ascoltavo su Radio24 la riproposizione di un dibattito promosso da Nordesteuropa.it a cui partecipavano diversi autorevoli rappresentanti della sociologia economica. L’occasione era il Festival delle Città Imprese (18-20 aprile), alla sua prima edizione, un evento che si è subito segnalato per la capacità di tastare il polso all’industria privata dinamica del Nord del paese.

L’intervento più interessante mi è parso quello di Aldo Bonomi del Consorzio Aaster. Bonomi ha parlato di cinque modelli di capitalismo
Capitalismo napoleonico (grande impresa capital-statale ad orientamento governativo)
Capitalismo sociale renano (grandi imprese, grandi stabilimenti, cogestione sindacale)
Capitalismo anglosassone (centrato sulla Borsa e sulla finanza)
Capitalismo anseatico (imprenditorialità diffusa ad alta tecnologia, flessibilità operativa e lavorativa).

Secondo Bonomi, l’Italia non rientra in nessuno di questi modelli, nemmeno in quel capitalismo anseatico vagheggiato dai riformisti. In Italia esiste una pesante ossatura manifatturiera che Unioncamere, Mediobanca, Fondazione Nord Est, Il Sole 24 Ore nelle loro ricerche tendono a rappresentare come “capitalismo dei territori”. Si tratta, secondo Bonomi, di 4-5 mila medie imprese leader, accompagnate da circa 6 milioni di micro-imprenditori. Il principale freno allo sviluppo, che pure avviene, è la mancanza di innovazione tecnologica. Concentrarsi solo su un parametro (dimensione organica, capitalizzazione, apporto bancario) è usare schemi che vanno bene per altri paesi, non per il capitalismo come si è storicamente insediato, sviluppato e trasformato qui, tra noi, in Italia.

Penso a me e agli altri studenti di marketing e comunicazione; noi non abbiamo di fronte un sistema di 10-20 giganti multinazionali per cui la comunicazione è soprattutto lobbying e relazione istituzionale (questo può andare bene al limite solo per le 3 imprese di Stato Eni, Enel, Finmeccanica e per i 4 giganti privati Telecom, Fiat, Generali, Intesa); ma non abbiamo di fronte nemmeno un mercato dominato dalla funzione di investor relations finanziaria oppure dalla ricerca tecnologica e dalla valorizzazione delle risorse umane (modello “Nokia”).

Il cuore del problema è “aggredire” quel corpo pesante ma al tempo stesso dinamico, in piena trasformazione, delle 5 mila aziende leader, capirne l’evoluzione, il cambiamento di DNA, le prospettive strategiche, i bisogni di comunicazione. Partendo dalla considerazione che, nel cuore pulsante del Nordest, poco più del 40% del mercato dei servizi di marketing viene affidato, in tutto o in parte, a ditte esterne, mentre il 60% circa è gestito direttamente dall’interno dell’azienda.

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