Archivio per Febbraio 2008

Un paradiso indiano nel mare della comunicazione

Febbraio 20, 2008

Nelle Isole Andamane c’è una popolazione che ancora non ha realizzato nessun contatto comunicativo con il mondo moderno. Di origine pigmea-negroide, i Sentineli sono, insieme alla vicina tribù Jarawa, un ceppo di cacciatori-raccoglitori spesso descritti come “la più primitiva popolazione della Terra”.

Periodicamente un’imbarcazione del governatore locale indiano si reca a portare in regalo alcune noci di cocco. Qui il video dell’incontro

Metasemantic approach to the Russian tale “Hedgehog in the fog”

Febbraio 20, 2008

This beautiful traditional Russian tale is an elusive prysm of symbols

The quest for significance within startling sentences. We are alerted by something special when the hedgehog descends into the fog wondering if the horse lies down to sleep…will it choke in the fog?”. The special, odd, startling combination of “fog” and “choke” compels us to find a metaphoric explanation, shifting from denotations to connotations of the modifier (”choke”) to find properties attributable to the subject “fog”.

First, we can explain the wondering question of the hedgehog as a child’s expression of imaginative and magical mind. Something “choking” and “strangling” is attributed to ether-like subject as fog. So we can establish that
1) the hedgehog is the child
2) there is “tenor” evoked by the “vehicle”, the latter being the imaginative mind of the child-hedgehog.
The metaphoric meaning may be tracked with the combined usage of two means:
1) an extra-linguistic study and research on animal symbolism giving references on the meaning of the horse and how hedgehog and horse relate
2) a narrative analysis of the tale itself.

The extra-linguistic study on animals’ symbols is probably a difficult and long task, which may be well worth being carried out. The possible indications are: hedgehog is a ground-level creature, near the Earth, like the child is near the thumb of the mother; the horse has long legs and is well elevated above ground, like an adult who heads for freedom and independence. The narrative analysis on hedgehog-horse relations may show that the former recalls of the latter at the end of the journey, when he rejoins with the bear cub. He thinks of the horse how is she there…in the fog?”. His mind is still there, fixed in the vision of the beautiful white horse, a feminine character in this context. Is thought is one of caring affection but may be also of concern, worry for the horse, reflecting the whole atmosphere where wonder and fear mixes.

It is very hard to find a symbolic key, but this maybe the white / suffucating shroud or sheet, hinting at a deep physical disease accompained by fear of deaths. Probably this is the first ever fear that young humans have, when they get their first fevers in bed, and get in a confused state of mind. Sometimes shifting continuously position in bed (hedgehog running here and there scared and mad at nightmarish visions in the fog), sometimes leaving themselves to depression, just wanting to die (hedgehog letting the water carrying him along and soaking), with someone urging them to awake from remote distances (the bear calling hedgehog from faraway) and watching them in the bed from above (like the horse does leaning on the river), with someone helping recover with the powerful touch (the fish holding hedgehog on its back while he was in the river).

The whole experience in the fog can be seen as a metaphore of illness and disease. The Bear cub’s voice is calling him from far away, like during a coma, or at least a suspension of consciousness like in a depression or a bad fever or even in incubator as newly born child, separated from horse-mother. As an example, white bandage and strips (i.e. the fog) prevent Hedgehog from seeing his paws, which mirrors the cynetic disability of a heavily ill person, unable to walk and stay in contact with the ground.

La violenza linguistica del maschilismo progressista su Repubblica

Febbraio 19, 2008
Nella serie di articoli di Merlo (vedi post precedente), la coloritura patemica e la figurativizzazione indicano chiaramente la natura consapevolmente “perversa” dell’utilizzo del concetto di stupro etnico.
A un certo punto, si dice che i nemici “utilizzano l’organo sessuale come una pistola o come il coltello da piantare nella donna occidentale”. In tale passo vedo un processo perverso che serve a giustificare, nel momento stesso in cui la si nega come “tabù” progressista, quell’evocazione della castrazione chimica, fatta balenare come estrema risorsa politica legislativa nella crociata del Maschio Progressista contro il nemico, il Maschio Atavico.
E’ riconoscibile in Repubblica un Programma Narrativo politico-sociale che nasce da una manipolazione degli ambiti semantici: l’esclusione di tutti i termini socialmente inaccettabili (irrazionalità, aggressività, violenza) dall’ambito femminile e l’attribuzione degli stessi all’ambito maschile - la Bella e la Bestia. In un fondo dedicato alle candidature di due donne alla presidenza della Sicilia, Merlo derubrica dal maschilismo mafioso proprietà come “raffinatezza, sottigliezza e glamour” in modo da poter attribuire alla mafia i caratteri rozzi e istintuali della Bestia (”arraffare, ingordigia, bulimia”) - con l’esclusione quindi di tutte quelle situazioni in cui il potere maschile è sottilmente manipolatorio, raffinato, estremamente intellettualizzato (”Stefania e Anna contro il resto del mondo, 23 febbraio 200 8)

L’operazione semantica e politica affidata a Merlo per trattare il tema “stupro etnico”, è completata con una successiva esclusione delle caratteristiche di “Bestia” dal mondo maschile occidentale e cristiano e l’attribuzione delle stesse ad una minoranza. Lo stigma di minoranza pervade il discorso; l’enunciatore appartiene alla maggioranza che ha superato il test. La maggioranza che vince e schiaccia il nemico alle porte. Facile dopo l’11 settembre contestualizzare il nemico come nero, islamico, immigrato. Stessa operazione di Ferrara, ma più raffinata. L‘organo sessuale di questo maschio atavico è un arma, dice Merlo, ma si dimentica di dire che anche l’indice utilizzato per stigmatizzare, è un simbolo fallico:

“I coltelli, le frecce, le pistole e altri simboli fallici che hanno a che fare con la morte hanno la capacità di eliminare coloro che competono per lo status di esemplare. Se pensiamo a come sono fatte le pistole, possiamo constatare che l’indice viene spinto all’indietro per pre-mere il grilletto, diventando per un istante una delle molte dita sullo sfondo della mano del tiratore, e permettendo alla pistola fallica con il suo indice-proiettile letale di prendere il suo posto, indicando la morte dell’altro, pronunciando ad alta voce la “parola” che, come la denominazione di genere, pone l’altro nella categoria aliena non-comunicante e non-indicante dei morti”. (Genevieve Vaughan, “Perdonare: una critica femminista dello scambio”).

L’enunciazione di Repubblica è un’insieme di trappole ideologiche pronte a scattare attorno al villaggio-tribù (l’Occidente luogo di quei “valori di civiltà sessuale” che Merlo definisce come “cortesia, dolcezza, cultura, pudore, fragilità”). Ora, con un pò di sforzo semantico e l’uso della minaccia legislativa di esclusione, di cui il Maschio Residente (bianco, europeo, “gentile”) è titolare, la Bella non è più solo la donna occidentale, ma tutto l’Occidente; la Bestia è diventato il negro, l’islamico, reietto e “deiezione” (Merlo usa proprio questa espressione).

La donna-compagna dell’Eroe che si è liberato dell’aggressività non ha voce in capitolo, si limiterà ad accettare l’uccisione del Corpo sede di pulsioni pericolose da parte del Maschio redento, la sua sostituzione con un insieme di prescrizioni normative del mondo immateriale, “la gentilezza”, “la fragilità”, ecc. Non ha chiesto di far parte di questa fallocrazia, non più anarchica e scomposta ma pervasiva, mentale, ordinativa - anche se apparentemente è per amore delle donne che gli uomini bianchi si emendano. Estrema ipocrisia derivata da un’attribuzione di senso (donna=”signora di buona famiglia e belle maniere”) che Repubblica cerca in ogni modo di imporre nel suo discorso politico costringendosi in un percorso al di fuori del quale c’è solo paura del buio/uomo nero/istinto aggressivo, rifiuto, esclusione. L’antisoggetto non è l’uomo islamico ma questo sentimento irrazionale ghettizzato, stigmatizzato e ostracizzato una volta per sempre dalle nostre vite “gentili” - operazione che assume i contorni apparenti di un sessismo anti-maschile perchè Merlo giura che questo grumo di aggressività è proprio solo del Maschio: siccome l’aggressività è sinomino di virilità (e anche questo è dato apoditticamente dallo stesso enunciatore in altro luogo), la Donna non ha dovuto rinunciare a nulla, fin dall’origine essendo presuntivamente estranea a istinti predatori, aggressivi, dominatori.
In questo Eden irreale (dice giustamente Lea Melandri su Liberazione del 27/10/07), astratto da ogni riferimento al corpo sessuato e ai suoi bisogni atavici di espressione/potenza, è facile vedere una spinta autoassolutoria e al tempo stesso neo-normativa: il Maschio gentile ha vinto l’aggressività scaricandola su un altro soggetto, “indicandolo” con atto fallico come portatore di quelle caratteristiche minacciose. “Indicare” leggi e norme contro la potestà e la disponibilità del corpo, “legiferare” sulla vita e sulle sue manifestazioni, trasfigurare la concretezza e la singolarità dell’esperienza in un’astrazione.

La maschera oggettivante del maschilismo progressista

Febbraio 16, 2008
Una delle strategie enunciative tipiche di un quotidiano è il ricorso all’impersonalità e all’oggettività. E’ tipico di certi articoli di fondo o editoriali un modo dimostrativo più che interpretativo, in cui enunciatario (la testata) ed enunciatore (l’autore dell’articolo) sono omogenei e in cui la narrazione è spostata subito dalle circostanze specifiche al mondo dei valori e dagli attori in carne ed ossa agli “attanti”, ovvero a funzioni narrative tipizzate. Le modalità narrative corrispondenti sono l’assenza di un “io” narrante e l’uso del presente e di enunciati “constativi” - frasi che in modo perentorio affermano una descrizione/interpretazione della realtà come vera, priva di riferimenti temporali.
Come giustamente sottolineato dalle semiologhe Anna Maria Lorusso e Patrizia Violi (”Semiotica del testo giornalistico”), poche forme enunciative sono più manipolatorie di quelle che si rivestono di una forma retorica oggettivante.
Francesco Merlo, vicedirettore di Repubblica e corsivista politico, ha applicato questa modalità ad una serie di articoli che affrontano una questione straordinariamente delicata ed emotivamente forte, quella della violenza sulle donne. L’atto di manipolazione discorsiva è triplice
  1. l’accettazione direi “disforica” di una campagna impostata da media patemici razzisti da parte di una testata “progressista” (o presunta tale, come vedremo)
  2. la scelta dell’enunciatore, un uomo di formazione politologica e con una particolare predisposizione all’analisi dei rapporti di forza politici
  3. l’adozione di un linguaggio oggettivizzante che propone verità assolute
Capostipite di questa strategia enunciativa è l’articolo di fondo, ormai famigerato “Stupratore in libertà, giudice sotto accusa” (Repubblica, 24 agosto 2006). Il singolo in questione, un 22enne algerino, diventa improvvisamente l’emblema di tutti gli “uomini sessualmente solitari, stranieri e predatori”. Un attante, non più un attore con responsabilità soggettive. Che tipo di attante?
La figurativizzazione dell’articolo è fondamentale per chiarire la struttura narrativa profonda di questo e di altri articoli: l’antisoggetto è, socialmente, “deiezione”. Quindi defecazione, rigetto, espulsione. Nell’enorme violenza simbolica compiuta sull’antisoggetto con questa attribuzione di disvalore totale, viene evocata, per negarla come “tabù”, la ricorrente proposta leghista di castrare chimicamente gli stupratori. Ma ancor più si pone normativamente l’esigenza di un codice: “va spiegato a chi viene in Italia che, come esiste una civiltà delle posate, qui da noi c’è anche una civiltà della sessualità, minoritaria magari… ma la sola che non viola la persona, la sola protetta dalla legge”. L’antisoggetto è deiezione perchè non rispetta questo codice, perchè viola quella gentilezza occidentale tra i sessi che Merlo, sorprendentemente, definisce “più pervertita e più delicata”. Il soggetto della narrazione, ci si svela, è pervertito: il codice sessuale è assimilato alle buone maniere a tavola. La violenza sanzionatoria del maschio occidentale bianco che, in modo autoreferenziale, si proclama liberato dall’impulso primitivo animalesco, è nel porre questa sessualità normativa. Egli non è più “solitario” di fronte all’universo femminile, perchè ha istituito un raffinato codice di comunicazione - anche se, scioccamente, alcune donne della sua comunità geopolitica, si oppongono al riconoscimento di questa realtà, ovvero dell’esistenza di uno stupro etnico, in nome di uno (sic) “stupido terzomondismo sessuale”. La critica femminista a questa tipizzazione dello stupro etnico è esemplificata in modo efficace da Annamaria Rivera: “Cio’ che e’ impressionante [...] e’ la ripetitivita’ dei dispositivi e dei topoi che permettono la riproduzione del discorso razzista: la generalizzazione arbitraria, il caso individuale elevato ad emblema ed essenza di un’intera categoria di persone, la costruzione dell’idea di una pericolosita’ ontologica dello Straniero” (Liberazione, 29 agosto 2006)
Perchè è “stupido” il femminismo che non accetta lo spostamento dal piano di genere a quello etnico-religioso? Eppure Merlo, bontà sua, invoca ben due autorevoli citazioni a supporto: alcune pagine del romanzo di Moravia la “Ciociara” e la Sutra 4 del Corano. Niente di concreto, non le violenze dei soldati marocchini di cui la Ciociara è una trasfigurazione, ma la loro trasfigurazione appunto, perchè il discorso si muove in un ambito particolare, al desco dei benpensanti e beneducati, “da noi”.
Per quanto lo stupro sia un atto odioso, è un crimine individuale. Lo spostamento, di cui “stupide” femministe prive di realismo non danno merito a Merlo, avviene dal piano sessuale in cui matura concretamente a quello etnico-religioso, dal mondo sofferente della carne a quello iperboreo delle idee, dove l’eroe della normatività maschile afferma apoditticamente di aver trionfato sui suoi fantasmi e ristabilisce una gerarchia fallica. Le femministe terzomondiste sarebbero infine prive di realismo rispetto a questo programma narrativo perchè non vedono la dinamica psicologica che lo sottende - tutta interna al misfatto fallocratico - ovvero la difesa dell’identità di genere Io-maschio, dai fantasmi dell’aggressività e della solitudine. Con un’operazione culturale manipolatoria crea un Noi che invoca la solidarietà femminile attorno a questo immaginario focolare etnico, bianco, cristiano e occidentale, riversando sul maschio-B non civilizzato, a questo punto “deiezione”, pozzo nero da richiudere subito, le caratteristiche operative di questo anti-soggetto.