Una delle strategie enunciative tipiche di un quotidiano è il ricorso all’impersonalità e all’oggettività. E’ tipico di certi articoli di fondo o editoriali un modo dimostrativo più che interpretativo, in cui enunciatario (la testata) ed enunciatore (l’autore dell’articolo) sono omogenei e in cui la narrazione è spostata subito dalle circostanze specifiche al mondo dei valori e dagli attori in carne ed ossa agli “attanti”, ovvero a funzioni narrative tipizzate. Le modalità narrative corrispondenti sono l’assenza di un “io” narrante e l’uso del presente e di enunciati “constativi” - frasi che in modo perentorio affermano una descrizione/interpretazione della realtà come vera, priva di riferimenti temporali.
Come giustamente sottolineato dalle semiologhe Anna Maria Lorusso e Patrizia Violi (”Semiotica del testo giornalistico”), poche forme enunciative sono più manipolatorie di quelle che si rivestono di una forma retorica oggettivante.
Francesco Merlo, vicedirettore di Repubblica e corsivista politico, ha applicato questa modalità ad una serie di articoli che affrontano una questione straordinariamente delicata ed emotivamente forte, quella della violenza sulle donne. L’atto di manipolazione discorsiva è triplice
- l’accettazione direi “disforica” di una campagna impostata da media patemici razzisti da parte di una testata “progressista” (o presunta tale, come vedremo)
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la scelta dell’enunciatore, un uomo di formazione politologica e con una particolare predisposizione all’analisi dei rapporti di forza politici
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l’adozione di un linguaggio oggettivizzante che propone verità assolute
Capostipite di questa strategia enunciativa è l’articolo di fondo, ormai famigerato “Stupratore in libertà, giudice sotto accusa” (Repubblica, 24 agosto 2006). Il singolo in questione, un 22enne algerino, diventa improvvisamente l’emblema di tutti gli “uomini sessualmente solitari, stranieri e predatori”. Un attante, non più un attore con responsabilità soggettive. Che tipo di attante?
La figurativizzazione dell’articolo è fondamentale per chiarire la struttura narrativa profonda di questo e di altri articoli: l’antisoggetto è, socialmente, “deiezione”. Quindi defecazione, rigetto, espulsione. Nell’enorme violenza simbolica compiuta sull’antisoggetto con questa attribuzione di disvalore totale, viene evocata, per negarla come “tabù”, la ricorrente proposta leghista di castrare chimicamente gli stupratori. Ma ancor più si pone normativamente l’esigenza di un codice: “va spiegato a chi viene in Italia che, come esiste una civiltà delle posate, qui da noi c’è anche una civiltà della sessualità, minoritaria magari… ma la sola che non viola la persona, la sola protetta dalla legge”. L’antisoggetto è deiezione perchè non rispetta questo codice, perchè viola quella gentilezza occidentale tra i sessi che Merlo, sorprendentemente, definisce “più pervertita e più delicata”. Il soggetto della narrazione, ci si svela, è pervertito: il codice sessuale è assimilato alle buone maniere a tavola. La violenza sanzionatoria del maschio occidentale bianco che, in modo autoreferenziale, si proclama liberato dall’impulso primitivo animalesco, è nel porre questa sessualità normativa. Egli non è più “solitario” di fronte all’universo femminile, perchè ha istituito un raffinato codice di comunicazione - anche se, scioccamente, alcune donne della sua comunità geopolitica, si oppongono al riconoscimento di questa realtà, ovvero dell’esistenza di uno stupro etnico, in nome di uno (sic) “stupido terzomondismo sessuale”. La critica femminista a questa tipizzazione dello stupro etnico è esemplificata in modo efficace da Annamaria Rivera: “Cio’ che e’ impressionante [...] e’ la ripetitivita’ dei dispositivi e dei topoi che permettono la riproduzione del discorso razzista: la generalizzazione arbitraria, il caso individuale elevato ad emblema ed essenza di un’intera categoria di persone, la costruzione dell’idea di una pericolosita’ ontologica dello Straniero” (Liberazione, 29 agosto 2006)
Perchè è “stupido” il femminismo che non accetta lo spostamento dal piano di genere a quello etnico-religioso? Eppure Merlo, bontà sua, invoca ben due autorevoli citazioni a supporto: alcune pagine del romanzo di Moravia la “Ciociara” e la Sutra 4 del Corano. Niente di concreto, non le violenze dei soldati marocchini di cui la Ciociara è una trasfigurazione, ma la loro trasfigurazione appunto, perchè il discorso si muove in un ambito particolare, al desco dei benpensanti e beneducati, “da noi”.
Per quanto lo stupro sia un atto odioso, è un crimine individuale. Lo spostamento, di cui “stupide” femministe prive di realismo non danno merito a Merlo, avviene dal piano sessuale in cui matura concretamente a quello etnico-religioso, dal mondo sofferente della carne a quello iperboreo delle idee, dove l’eroe della normatività maschile afferma apoditticamente di aver trionfato sui suoi fantasmi e ristabilisce una gerarchia fallica. Le femministe terzomondiste sarebbero infine prive di realismo rispetto a questo programma narrativo perchè non vedono la dinamica psicologica che lo sottende - tutta interna al misfatto fallocratico - ovvero la difesa dell’identità di genere Io-maschio, dai fantasmi dell’aggressività e della solitudine. Con un’operazione culturale manipolatoria crea un Noi che invoca la solidarietà femminile attorno a questo immaginario focolare etnico, bianco, cristiano e occidentale, riversando sul maschio-B non civilizzato, a questo punto “deiezione”, pozzo nero da richiudere subito, le caratteristiche operative di questo anti-soggetto.