COMMISSARI PER LE QUESTIONI ETNICHE / 2

Maggio 15, 2008 by Marco Ciaccia
I problemi della globalizzazione ci pongono di fronte a scelte importanti; i cittadini sono stufi di vedere che gli Ebrei senza permesso di soggiorno sono i primi in graduatoria nell’assegnazione delle case popolari, e di vederli girare con la Mercedes e bivaccare nei campi nomadi. Bisognerà affrontare queste tematiche con spirito costruttivo come abbiamo fatto insieme ai Rumeni moderati, che hanno accettato un dialogo inter-religioso e denunciato i tentativi di conquista rumena della nostra cultura, delle nostre tradizioni. Oggi ci sono tensioni anche con la componente islamica dell’immigrazione, dovuta alla politica sionista che persegue il loro Stato di origine, che compromette la pace e la stabilità nel Mediterraneo. Tutti questi capitoli andranno risolti con spirito costruttivo e dialogo ma sapendo che alla fine siamo noi a decidere. E ora sacrifichiamo il sangue di questa pecora per ingraziarci il raccolto.

suono di tamburi sullo sfondo

COMMISSARI PER LE QUESTIONI ETNICHE / 1

Maggio 15, 2008 by Marco Ciaccia

Tranquilli ragazzi, picchiatori di rumeni e altro, ora siete proprio fuori tempo; ci pensa lo Stato a somministrare la violenza, di cui detiene il monopolio legittimo, contro gli immigrati clandestini o, come dice il sinistrorso TG3 (edizione regionale lombarda delle 14:00)

I Rom di troppo

quelli che vanno spostati da un luogo all’altro. Oggetti dell’attenzione di questa casta bianca, politicamente corretta e pronta a rifugiarsi nelle sottane dell’identità tribale quando le campane suonano. Sono bianchi, siamo “Noi” e i Rom sono “loro”; la comunicazione li riguarda ma non è fatta da loro. Prendo i Rom come esempio di alterità, come in genere gli extra-comunitari, i senza-tetto, i disabili, i criminali, un loro diverso dall’enunciatore bianco, perbene, medio-piccolo borghese, perfettamente integrato e soddisfatto del sistema dei messaggi, pronto a indignarsi ora contro i Romeni o i Rom (che differenza fa?), domani contro gli Islamici. Gli Ebrei sono riusciti a entrare nel sistema dell’enunciazione in genere presentandosi come mansueti custodi di un’identità “più Europea degli Europei”, ma vi vengono ricacciati indietro periodicamente, soprattutto quando la crisi economica stringe e alcuni intellettuali “di sinistra” (la maschera migliore e più efficace per questo tipo di operazioni etnico-culturali) si ergono contro la “loro” invadenza, in genere usando un sistema semantico in codice che attacca la “base” o il “villaggio” di origine, Israele.

99 PROBLEMS, BLACK AMERICA

Maggio 14, 2008 by Marco Ciaccia

Ritorno su 99 Problems di Jay-Z che non mi riesco a togliere dall’orecchio

The year’s ‘94 and my trunk is raw
In my rear view mirror is the mother fuckin’ law
I got two choices y’all pull over the car or (hmmm)
Bounce on the double put the pedal to the floor

dopo aver mandato a fanculo i critici musicali che lo descrivono come troppo “elitario” (?) rispetto alle radici nere NY (ad ogni buon conto alla fine si fa crivellare di colpi per dimostrare che quel Jay-Z è morto) quello che dice il rapper newyorkese è che nel 1994 poteva cadere nelle provocazioni della polizia e se lo avesse fatto probabilmente avrebbe iniziato la trafila degli sporchi negri messi dentro una volta e poi finiti intrappolati nella rete di servizi sociali, carcere, servizi sociali, carcere… Ce l’hai fatta Jay ma altre reti sono dapertutto!

Per esempio, quella che sfondi tu, Carl Landry!

L’anno prossimo, l’anno prossimo

SEMIOLOGICA PATRIARCHALE 1

Maggio 14, 2008 by Marco Ciaccia

sarà uno dei tanti progetti lasciati a metà? no, stavolta voglio mettere diverse citazioni di G.Vaughan e altri studiosi di semiotica, femministi/marxisti, antropologi; e indicare il carattere di mascolazione del linguaggio in diversi contesti, specie politici.

Da “Homo Donans” di G.Vaughan

Money measures the ‘common quality’ of exchange value in commodities and leaves aside as irrelevant whatever does not have that quality. Whatever is not commodified does not have the quality of exchange value and thus appears to be irrelevant to the market, outside its “concept.”

La struttura logica e concettuale alla base del patriarcato (la mascolazione, l’educazione alla competizione per risorse scarse e attraverso la manipolazione degli altri) è l’ossatura del capitalismo fondato sullo scambio di valori di mercato. Ed è logica nel senso etimo-logico, semantico; è una semiologia del dominio; come esiste, ne sono convinto, una semiologia del disagio psichico sviluppata dal proletariato intellettuale, dal sottoproletariato che non accede, per cattiva “mascolazione”, alle risorse simboliche di scambio che avvengono nell’ambito culturale dominante o nelle sue adiacenze. Una semiologia che se non si definisce rimane grammatica, cacofonia inarticolata e priva di senso al di fuori di una autoreferenzialità al limite individuale. Il tema: è code-words, le parole chiave per l’accesso a questa forma di scambio del linguaggio-mercato, nei suoi segmenti, nelle sue nicchie.

…those who do not do it well, or do not succeed in the market, will seem to be ‘defective’, less human, and therefore more exploitable. In Capitalism the values of Patriarchy—competition, hierarchy, domination—have been united with the values of the market. In order to understand this merger and justify some startling similarities in what are usually considered widely different areas, we need to look beyond both Capitalism and Patriarchy to the patterns underlying them.

 

 

 

MINACCE E OPPORTUNITA’ PER I FONDI COMUNI ITALIANI

Maggio 13, 2008 by Marco Ciaccia

Continua a scendere la raccolta dei fondi comuni di investimento italiani. Anche il Financial Times nota il dato, che avevo commentato lo scorso mese, dei 36,7 miliardi di euro usciti dal sistema Assogestioni nel primo trimestre dell’anno.
L’associazione di categoria tra l’altro ha fatto pervenire nuovi dati che segnano, per aprile, una continuazione in territorio negativo, con 8,4 miliardi di uscite, il che porta il saldo negativo da inizio anno a oltre 45 miliardi di euro.
Dove vanno tutti questi soldi ritirati dal sistema dei fondi comuni di investimento? Come mai il risparmiatore italiano non si affida più a questi strumenti se è vero che la quota di risparmio detenuta in questi strumenti è scesa dall’80% nel 2000 al 64% nel 2006? Provano a dare alcune risposte i manager, tra cui quell’Alberto Foà che con la sua Anima è responsabile di una parte importante dei miei risparmi previdenziali (mi raccomando…).

Ci sono questioni fiscali - una tassazione sfavorevole - e di benchmark; la presentazione dei risultati, il sistema delle quotazioni in continuo, ovvero una questione di comunicazione, tendono a scoraggiare i risparmiatori, che vedono le quote muoversi e tendono ad uscire in negativo, come è successo a marzo con 10,4 miliardi di riscatti proprio mentre il mercato azionario recuperava. Preferiscono infatti quegli strumenti come le obbligazioni strutturate che presentano cedole e rendimenti certi a scadenza; questi bond rappresentavano il 12% del risparmio degli Italiani nel 2000, diventati 23% nel 2006. Sono soluzioni di investimento veicolate dal canale bancario, lo stesso che ha in mano buona parte dei fondi comuni.
Le minacce settoriali sono quindi tre: la tassazione, il sistema di reporting e la pesante intermediazione bancaria. Una volta che questi lacci siano sciolti, dice un importante manager, il sistema dei fondi italiani dovrà essere in grado di comunicare e promuovere, con un buon marketing, i propri attributi di prodotto ai clienti.

TRA POCHE ORE…

Maggio 11, 2008 by Marco Ciaccia

Sono le 0:45 di domenica notte nella tiepida Pianura Padana; domani con le prime luci ci saranno aziende che apriranno, ovunque, tra qui e Venezia e cominceranno una nuova avventura.

GLI SCHEMI SEMPLICI DELLA COMUNICAZIONE POLITICO-FINANZIARIA 2

Maggio 10, 2008 by Marco Ciaccia

Il legame Gnutti-Telecom è una sorta di nemesi del capitalismo solido, milanese, bancocentrico e amato da Repubblica rispetto agli avventurieri bresciani, quelli che, in un articolo del 2003 se non sbaglio, venivano dipinti come “imprenditori dalle scarpe grosse” oppure “razza padana” (Gnutti, Lonati), con lo stesso disprezzo con cui le “signore” del centro di Milano trattano i ristrutturatori che ogni mattina vengono da Bergamo a mettere a posto i loro cessi. Ora Hopa lamenta perdite proprio legate all’uscita dall’azionariato Telecom, in cui la loro presenza era appena sopportata già ai tempi di Tronchetti Provera (altro esemplare mediaticamente vincente del capitalismo che piace a Repubblica e dintorni), ed era storicamente un residuo della scalata del 1999 con Colaninno e Unipol che scalzò Bernabè.

Operazione mai digerita dalla stampa del capitalismo dominante, fonte delle associazioni inquietanti del giornalismo finanziario, molte delle quali espressione dell’inconscio capitalistico borghese come ripreso in modo esemplare da Thomas Mann in Buddenbrook: ricorso al debito, rottura violenta dello status quo e alle casseforti del capitalismo famigliare (le stesse dietro i grandi editori), prova di forza dei nuovi venuti, ecc. Ora con la ciclicità e la forza tranquilla dei pazienti, il capitalismo di Bernabè si è preso una rivincita sancita da questo posizionamento isotopico e dalla tematizzazione: Telecom sopra, in evidenza ed infiocchettata da un bel titolo, Hopa sotto, con un titolo di evocazione orrifica “Profondo rosso per la creatura di Gnutti” e la sottolineatura machista della mancanza di banche con “spalle sufficientemente larghe per tappare i buchi” e, con una punta di Schadenfreude, l’affondo finale (in cauda venenum, insegnavano i gesuiti) contro le “fragilissime casseforti della Leonessa”, cioè del capitalismo bresciano.

Non dimentichiamo mai che la lotta di potere economico è roba semplice, direttamente in contatto con lo strato profondo antagonistico degli uomini, scontro fra tribù che dispongono di attributi; i giornalisti mediano culturalmente quello che vedono dalla loro tenda. Nel loro racconto c’è anche e direi soprattutto la performanza, ovvero la storia, il vissuto, i nessi semantici legati alla loro adesione alla parte vincente nella lotta, l’espressione del loro compiacimento per aver puntato sul cavallo vincente e aver guadagnato galloni immaginari nei “salotti buoni” … e anche una punta di cattiveria nel deridere lo sconfitto e nello scacciare il fantasma di aver rischiato, per poca cautela e giudizio, di parteggiare per lui (Gnutti - Hopa - Unipol è stato per qualche tempo vicino al centro sinistra e in particolare a D’Alema; Repubblica, nonostante il suo appoggio al csx, ha sempre preferito la parte prodiana-ulivista e ha sancito alleanze finanziarie omogenee a questa parte)

GLI SCHEMI SEMPLICI DELLA COMUNICAZIONE POLITICO-FINANZIARIA 1

Maggio 10, 2008 by Marco Ciaccia

Ci sono strutture semiologiche e semiotiche molto radicali e radicate, che attingono a significati pre-razionali, tipiche della lotta politica capitalistica condotta attraverso i giornali.

A volte si presentano in forme semplici anche se frutto di una lunga mediazione culturale e storica: il verbo “attaccare” è tipicamente usato in modo strillato nei titoli ed è ricco di implicazioni sociologiche. Chi attacca è generalmente svantaggiato nella lotta per la distribuzione delle risorse socioculturali ed è quindi inquadrato in un mirino che riporta le seguenti associazioni (framing): disordine, inquietudine, disagio, disforia, cattiveria; dal punto di vista, ovviamente, di chi è in posizione avvantaggiata e ha tutto l’interesse a dipingere la rottura dello status quo in termini allarmanti. Tuttavia non viene mai riproposto direttamente questo strato profondo e primitivo ma si utilizzano termini e implicazioni semantiche intermedie come “irritualità”, cioè rottura della struttura di potere; in codice, è il segnale di allarme della tribù-fazione del capitalismo che si sente minacciata nei suoi interessi politico-culturali e chiama a raccolta le risorse nel lettorato .
Poi ci sono strutture molto semplici in termini di isotopie. Nello stesso luogo si associano significati che si rimandano attraverso i titoli e le immagini. Oggi su Repubblica ritrovo un vecchio topos, molto efficacie e antagonistico: il campione nazionale e la “rogue” company. Il primo è naturalmente Telecom, naturalmente perchè è uno dei maggiori inserzionisti del quotidiano romano, ma anche perchè l’uscita di Tronchetti Provera e l’arrivo di Bernabè ha segnato nuove assonanze politico-finanziarie con il quadro politico dominante di cui Repubblica è l’espressione. Tanto che Sara Bennewitz non perde tempo fin dall’incipit dell’articolo

I nuovi vertici di Telecom Italia riconquistano la fiducia del mercato

e subito a seguire, tanto per non sbagliarsi, la precisazione che è proprio Bernabè ad aver fatto salire il titolo e ad aver “guadagnato credibilità nei confronti della comunità finanziaria” (una catch phrase che rappresenterebbe, per un’agenzia di PR, il risultato del lavoro di mesi di persuasione, cene, inviti e incontri con i giornalisti). Più modesta la narrazione della riduzione di fatturato (-2,4%), MOL (-6,7%) ed EBIT (-35,4%), che è spiegata in modo molto conciliante e contestualizzato all’interno dell’articolo. Già nel 1994 il gruppo l’Espresso e il suo allora direttore Claudio Rinaldi si erano lanciati in un servizio molto lusinghiero, forse troppo a dire il vero, una dichiarazione d’amore per la dirigenza Bernabè all’ENI; in un momento in cui forse già si delineavano le scelte dei grandi gruppi in favore dell’Ulivo e della guida prodiana (Prodi sarà investito di questa carica nel giro di due giorni dopo una riunione riservata tra grandi imprenditori nel febbraio 1995). Lasciamo l’inappuntabile Bernabè, prodiano ma in buoni rapporti con Berlusconi, come bisogna, e andiamo al volto brutto e cattivo del capitalismo, un’impresa per i cui risultati negativi non è necessario spendere troppe spiegazioni o andare troppo per il sottile: l’Hopa di Gnutti.

UNA NUOVA DEFINIZIONE DI “CONTROCORRENTE”

Maggio 10, 2008 by Marco Ciaccia

Sono controcorrente i clericali che esaltano la famiglia e i valori tradizionali. Sono controcorrente e anticonformisti gli anti-abortisti e i preti. Si vede che “in corrente” ci sono comunisti, mangiapreti e abortisti. Sarà ma non ci credo

e’ un mascheramento della realtà oggettiva sotto forma di narrazione, sotto forma di balla mediatica, baloon, messa in scena. Nel paese di Pulcinella e della commedia delle maschere non poteva non prendere forma questa struttura narrativa. La Repubblica delle Donne oggi riporta un’intervista di Doris Lessing (in evidenza sulla prima); la scrittrice che ha amato l’Africa e flirtato con il marxismo ora parla male del comunismo, che coraggio!, e denuncia l’orribile dittatore dello Zimbabwe Mugabe, un feticcio negativo dell’Europa bianca, la faccia sporca e negra dell’orrore coloniale.

Siccome è la Repubblica, mi sono ripromesso di non mollare l’osso: e allora

  1. introduzione: Doris Lessing “parla senza peli sulla lingua” (che bella dote, si sottintende che non ha le ipocrisie e le diplomazie di altri.. borghesi bianchi.
  2. infatti il suo bersaglio è “la madre, il comunismo, i neri”, ma verrebbe da dire i negri visto che sono le squadracce di Mugabe che hanno sottratto terre e possedimenti ai discendenti dei colonialisti
  3. Mugabe è l’unico autocrate del Terzo Mondo che non suscita la simpatia dei “comunisti bianchi”, quegli intellettuali che giocano a fare la parte sinistra dell’imperialismo europeo.
  4. in termini mediatici e culturali Mugabe è la vendetta contro la schiavitù dei bianchi (minoranza) sui neri (maggioranza) e mette in atto l’incubo del rovesciamento di questa situazione, suscitando ribrezzo in tutte le cancellerie europee, a partire dagli ex colonialisti britannici, e nei quartieri adiacenti, che normalmente ospitano le sedi dei giornali …

METAFORE DEL CAPITALISMO: TEMPESTA, GHETTO, SCHIAVITU’

Maggio 10, 2008 by Marco Ciaccia

Qualche giorno fa è uscito sul Financial Times il rapporto McKinsey sul declino della classe media in Germania. Un documento molto importante che segnala l’allarme capitalismo come se fosse l’allarme Tsunami, una forza impersonale, un maremoto “naturale” sfuggito al comando degli uomini che si sta per abbattere sulla Germania: 10 milioni le vittime pronosticate dal servizio meteo McKinsey, 10 milioni di nuovi poveri entro il 2020.
Con un ritmo di crescita dell’1,6% nel decennio 96-06 (un ritmo simile a quello Italiano!) la Germania non produce abbastanza plusvalore da distribuire alle classi medie, al cosiddetto Mittlestand fatto di professionisti, piccoli imprenditori, artigiani e commercianti. Bisognerebbe spremere di più il proletariato con nuovi traguardi in termini di produttività del lavoro ma pare non basti. In genere il capitalismo risolve queste crisi con le guerre. Può essere che questa volta le cose cambino, perchè, come dice Ennio Caretto nel suo articolo su “Il Mondo” la crisi del ceto medio “non è irreversibile” ma la struttura dell’argomentazione sembra predeterminata ad uno scopo: individuare nella “globalizzazione del mercato selvaggio” la causa dell’interruzione della mobilità verticale in Europa occidentale e quindi agganciarsi al dominante tremontismo.

Poi ci sono i sociologi, presentati come apologeti raffinati di questo stato di cose. Mi riferisco a Monique e Michel Pincon intervistati su Repubblica delle Donne, un numero che ho letto con interesse perchè parla delle colf e delle badanti straniere ponendo un “noi” tutto interno al mondo borghese, bianco, autoctono, un “noi” e “loro” molto berlusconiano, molto leghista, ma in fondo molto progressista se declinato al femminile. I coniugi Pincon ritengono che la mobilità sociale sia “in disuso” e che “la nascita è condizione quasi necessaria” per l’essere parte della grande borghesia, descritta con termini di potenza e ammirazione senza limiti. La sua capacità di organizzarsi e difendere i propri interessi è contrapposta al lassismo operaio,

da una parte esiste fortissima una classe compatta, organizzata, solidale al proprio interno, cosciente di sè e pronta a salvaguardare i propri interessi, ed è la borghesia, una potenza. Dall’altra una moltitudine di individui senza direzione. L’esito della partita è presto detto

dal che avverto, anche per il contesto dell’enunciatore (Repubblica, inserto femminile “borghese” per eccellenza, intervista senza m

ordente di Camilla Gaiaschi) che Repubblica e i sociologi sono già nel salotto, stanno dalla parte dei valori collettivi contro gli “sbandati” operai, sono in tribuna d’onore mentre gli ultra si scannano tra di loro; deduco che molto spesso la descrizione a tinte forti (”l’esito della partita è presto detto”) si confonde con la scelta di campo, con il desiderio sociale di essere parte di questo “ghetto alto borghese” salvandosi così dal tonfo dei piccolo borghesi, dall’impoverimento e l’emarginazione. Chiave di tutto questo è negare la forza e la capacità degli operai di opporsi. Qualche settimana fa titolava la Repubblica su un rapporto della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) circa lo spostamento della massa monetaria da stipendi (remunerazione del fattore lavoro) ai profitti (remunerazione del fattore capitale): “Il declino degli stipendi e l’attacco del giornalista (Maurizio Ricci) arrivava dritto al punto

La lotta di classe? C’è stata e l’hanno stravinta i capitalisti

notate il tempo passato, la lotta è finita, e come i due sociologi francesi, si decreta il risultato definitivo. E’ una speranza, naturalmente; perchè il passaggio delle strategie enunciative da un terreno piccolo borghese, alimentato dall’ideologia del progresso socioeconomico possibile e della mobilità verticale, ad un terreno altoborghese di stagnazione patrizia, esclusione e regresso generale implica che la classe operaia non esista, viva sullo sfondo come gli “extra-comunitari” non coinvolti nel racconto, incapaci di articolare la loro forza immensa di classe ultra-maggioritaria; implica il loro scivolamento in una dimensione narrativa di “barbari alle porte” o di “subumani” come il minuetto Repubblica D-coniugi Pincon impegnati a riconoscere stilisticamente, fisicamente e lombrosianamente i “nuovi borghesi” dai “dominati”

D: Come si riconosce il borghese d’oggi? Da quali insegne e quali valori? R: E il corpo [...] il corpo del dominante è fine, dritto, deciso nell’andatura, la fronte scoperta, senza frangia. Il corpo dei dominati è segnato da cattiva alimentazione e condizioni di lavoro. Non è un caso che l’obesità sia più diffusa nelle classi popolari”

L’allegra e triste Schadenfreude antioperaia e antiproletaria di Repubblica non finisce qui, il giornale “progressista” che vedo impegnato nel passaggio dai lidi insicuri della narrazione piccolo-borghese al ghetto videosorvegliato dei Gauleiter tardocapitalisti si è anche dedicato a raccontare in un volumetto il rogo della Thyssen con un titolo accattivante e stupidamente markettaro (”La classe operaia va all’inferno”), dove si vede il gusto per il gioco delle parole, il rovesciamento delle speranze e dei sogni in incubo, la proposizione di una propria (di testata, classe, ambiente di enunciazione) speranza con una sentenza definitiva e inappellabile.