
Qualche giorno fa è uscito sul Financial Times il rapporto McKinsey sul declino della classe media in Germania. Un documento molto importante che segnala l’allarme capitalismo come se fosse l’allarme Tsunami, una forza impersonale, un maremoto “naturale” sfuggito al comando degli uomini che si sta per abbattere sulla Germania: 10 milioni le vittime pronosticate dal servizio meteo McKinsey, 10 milioni di nuovi poveri entro il 2020.
Con un ritmo di crescita dell’1,6% nel decennio 96-06 (un ritmo simile a quello Italiano!) la Germania non produce abbastanza plusvalore da distribuire alle classi medie, al cosiddetto Mittlestand fatto di professionisti, piccoli imprenditori, artigiani e commercianti. Bisognerebbe spremere di più il proletariato con nuovi traguardi in termini di produttività del lavoro ma pare non basti. In genere il capitalismo risolve queste crisi con le guerre. Può essere che questa volta le cose cambino, perchè, come dice Ennio Caretto nel suo articolo su “Il Mondo” la crisi del ceto medio “non è irreversibile” ma la struttura dell’argomentazione sembra predeterminata ad uno scopo: individuare nella “globalizzazione del mercato selvaggio” la causa dell’interruzione della mobilità verticale in Europa occidentale e quindi agganciarsi al dominante tremontismo.
Poi ci sono i sociologi, presentati come apologeti raffinati di questo stato di cose. Mi riferisco a Monique e Michel Pincon intervistati su Repubblica delle Donne, un numero che ho letto con interesse perchè parla delle colf e delle badanti straniere ponendo un “noi” tutto interno al mondo borghese, bianco, autoctono, un “noi” e “loro” molto berlusconiano, molto leghista, ma in fondo molto progressista se declinato al femminile. I coniugi Pincon ritengono che la mobilità sociale sia “in disuso” e che “la nascita è condizione quasi necessaria” per l’essere parte della grande borghesia, descritta con termini di potenza e ammirazione senza limiti. La sua capacità di organizzarsi e difendere i propri interessi è contrapposta al lassismo operaio,
da una parte esiste fortissima una classe compatta, organizzata, solidale al proprio interno, cosciente di sè e pronta a salvaguardare i propri interessi, ed è la borghesia, una potenza. Dall’altra una moltitudine di individui senza direzione. L’esito della partita è presto detto
dal che avverto, anche per il contesto dell’enunciatore (Repubblica, inserto femminile “borghese” per eccellenza, intervista senza m
ordente di Camilla Gaiaschi) che Repubblica e i sociologi sono già nel salotto, stanno dalla parte dei valori collettivi contro gli “sbandati” operai, sono in tribuna d’onore mentre gli ultra si scannano tra di loro; deduco che molto spesso la descrizione a tinte forti (”l’esito della partita è presto detto”) si confonde con la scelta di campo, con il desiderio sociale di essere parte di questo “ghetto alto borghese” salvandosi così dal tonfo dei piccolo borghesi, dall’impoverimento e l’emarginazione. Chiave di tutto questo è negare la forza e la capacità degli operai di opporsi. Qualche settimana fa titolava la Repubblica su un rapporto della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) circa lo spostamento della massa monetaria da stipendi (remunerazione del fattore lavoro) ai profitti (remunerazione del fattore capitale): “Il declino degli stipendi e l’attacco del giornalista (Maurizio Ricci) arrivava dritto al punto
La lotta di classe? C’è stata e l’hanno stravinta i capitalisti
notate il tempo passato, la lotta è finita, e come i due sociologi francesi, si decreta il risultato definitivo. E’ una speranza, naturalmente; perchè il passaggio delle strategie enunciative da un terreno piccolo borghese, alimentato dall’ideologia del progresso socioeconomico possibile e della mobilità verticale, ad un terreno altoborghese di stagnazione patrizia, esclusione e regresso generale implica che la classe operaia non esista, viva sullo sfondo come gli “extra-comunitari” non coinvolti nel racconto, incapaci di articolare la loro forza immensa di classe ultra-maggioritaria; implica il loro scivolamento in una dimensione narrativa di “barbari alle porte” o di “subumani” come il minuetto Repubblica D-coniugi Pincon impegnati a riconoscere stilisticamente, fisicamente e lombrosianamente i “nuovi borghesi” dai “dominati”
D: Come si riconosce il borghese d’oggi? Da quali insegne e quali valori? R: E il corpo [...] il corpo del dominante è fine, dritto, deciso nell’andatura, la fronte scoperta, senza frangia. Il corpo dei dominati è segnato da cattiva alimentazione e condizioni di lavoro. Non è un caso che l’obesità sia più diffusa nelle classi popolari”
L’allegra e triste Schadenfreude antioperaia e antiproletaria di Repubblica non finisce qui, il giornale “progressista” che vedo impegnato nel passaggio dai lidi insicuri della narrazione piccolo-borghese al ghetto videosorvegliato dei Gauleiter tardocapitalisti si è anche dedicato a raccontare in un volumetto il rogo della Thyssen con un titolo accattivante e stupidamente markettaro (”La classe operaia va all’inferno”), dove si vede il gusto per il gioco delle parole, il rovesciamento delle speranze e dei sogni in incubo, la proposizione di una propria (di testata, classe, ambiente di enunciazione) speranza con una sentenza definitiva e inappellabile.